I fattori di rischio cardiovascolare

Fattori di rischio cardiovascolare

Il rischio cardiovascolare (CV) è diventato da molti anni un problema fra i più sentiti dai medici e dalla popolazione generale, perché la malattia aterosclerotica è alla base della maggior parte delle cause di malattia e di mortalità nei paesi industrializzati e contribuisce a quello che vien definito il Global Burden of Disease cioè il carico globale di malattia in tutto il mondo. Il progetto Millennium Development Goals (MDGs), teso a ridurre la povertà estrema e a migliorare lo stato di benessere delle popolazioni, sostituito nel 2015 dal programma mondiale Sustainable Development Goals (SDGs) ha lo scopo di indicare gli obiettivi per le malattie non-comunicabili, tenendo conto del rapporto fra fattori ambientali, sociali, ed economici e del loro impatto sulla salute .

Nel 2013 lo studio Global Burden of Disease aveva indicato 79 fattori di rischio o combinazioni di rischio in 188 paesi del mondo, con l’obiettivo di quantificare il rischio di malattia e l’esposizione al rischio per gruppi di individui. Nel 2015, questo numero è stato ampliato e fra i più importanti fattori di malattia sono emersi l’ipertensione sistolica, il fumo di sigaretta, la glicemia elevata, il colesterolo alto ; ma anche l’eccesso di peso, la malnutrizione, l’abuso di alcool, l’eccesso di sale nell’alimentazione, a sottolineare, se mai ce ne fosse ancora bisogno, la stretta relazione fra fattori di rischio di malattia e alimentazione. La grande attenzione nei confronti dell’aterosclerosi e del ruolo dei fattori di rischio CV è legata in particolare alle grandi possibilità che vi sono di poter adottare efficaci misure di prevenzione delle malattie cardiocircolatorie a livello individuale e su larga scala.

La storia dell’aterosclerosi è ben nota sia per la natura progressiva di questa malattia degenerativa, sia per la possibilità che si possa manifestare con complicanze acute come l’infarto del miocardio o l’ictus cerebrale, solo per citare quelle più frequenti. Dal punto di vista scientifico ed epidemiologico sono stati realizzati negli anni infiniti studi per definire meglio la natura della malattia e il suo impatto sulle popolazioni. Il più noto fra i tanti è il Framingham Heart Study, che dal 1954 segue con attenzione la storia naturale e le malattie degli abitanti della cittadina americana di Framingham, nel Massachusetts. Poco più di 5000 abitanti dei quali si conoscono tutte le abitudini di vita, le malattie, i fattori di rischio. Anche in Italia sono in corso studi epidemiologici con simili caratteristiche, come il Brisighella Heart Study o il Gubbio Study. Lo studio Framingham in primis, e quindi anche gli altri, hanno documentato con chiarezza l’importanza e il peso dei cosiddetti fattori di rischio CV.

Come scrive Alessandro Menotti, uno dei massimi esperti su scala internazionale, “in termini epidemiologici il concetto di fattore di rischio si riferisce a condizioni che precedono l’insorgenza clinica della malattia e non che semplicemente coesistono con la malattia instaurata.” Non sempre si può usare il concetto di causa –effetto, ma solo quello più valido di probabilità, di predizione e di associazione fra fattore e malattia. Peraltro, i vari fattori, di volta in volta, assumono un ruolo diverso e più o meno importante nelle varie manifestazioni cliniche dell’aterosclerosi.

Nella statistica medica il concetto di rischio è di estrema importanza. Con questo termine si definisce infatti la probabilità che si verifichino alcuni eventi sfavorevoli. In altri termini per rischio si intende la probabilità che alcune persone sane hanno di contrarre una malattia, se esposte a specifici fattori. Si pensi al fumo di sigaretta, considerato un fattore di rischio per il tumore del polmone e per la cardiopatia ischemica; oppure alle abitudini di vita, o all’attività lavorativa, o all’aumento del colesterolo nel sangue.

Parlando dei vari fattori di rischio, il problema principale che sorge riguarda la possibilità di identificare quali di questi fattori siano i più importanti e quale sia il loro reale peso nel favorire l’insorgenza delle malattie oggi più diffuse nei Paesi a sviluppo avanzato, come l’Italia, e in particolare delle malattie cardiovascolari, alle quali va attribuito il triste primato di principali cause di morte.

I fattori di rischio cardiovascolare sono moltissimi e possono essere suddivisi in due grandi gruppi. Quelli di cui non siamo responsabili, e cioè il sesso, l’età e l’eredità familiare riferita alle malattie cardiovascolari. Tutti fattori che, ovviamente, non sono modificabili.

Di altri fattori siamo invece direttamente responsabili, poiché possiamo intervenire su di essi eliminandoli o, appunto, modificandoli: si tratta della pressione arteriosa, del fumo di tabacco, dell’alimentazione, del peso corporeo, dell’attività fisica. In altri termini quanti più fattori sono presenti e quanto maggiore è l’entità di alcuni di questi, tanto maggiore risulta il rischio cardiovascolare. Due ricercatori americani, Paul Hopkins e Roger Williams, non si sono però accontentati dei classici fattori di rischio, e in un fondamentale lavoro pubblicato sulla rivista Atherosclerosis nel lontano 1981, elencarono addirittura 246 fattori di rischio coronarico.

Citiamone alcuni fra i più curiosi e meno noti: i disturbi del sonno; il lavoro eccessivo superiore a 60 ore settimanali; l’insoddisfazione nella vita e nel lavoro; l’appartenere ad una famiglia con un solo figlio; l’essere il quinto o uno dei successivi figli di una famiglia numerosa; la disorganizzazione sociale. L’elenco continua, passando per le anomalie dei lobo dell’orecchio e per malattie e disturbi di vario genere, fino ad eccessi alimentari di sostanze come vitamina D, piombo, cadmio, olio di noccioline, e d’altra parte alla carenza di fibre vegetali, calcio, vitamina B6, yogurt e olio di aglio e di cipolla.

Hopkins e Williams proposero anche una distinzione dei fattori di rischio in quanto categorie: initiators, promoters, potentiators e precipitators (iniziatori, favorenti, potenzianti, scatenanti).

I primi sono quelli che danno inizio al processo aterosclerotico danneggiando la parete interna dei vasi sanguigni, l’endotelio. Tra questi l’ipertensione arteriosa, l’ipercolesterolemia, il monossido di carbonio delle sigarette. I «promoters» favoriscono il deposito di colesterolo nella parete delle arterie; essi comprendono le alimentazioni ricche di grassi saturi, l’eccesso di colesterolo LDL e il deficit di colesterolo HDL, e forse anche il deficit di alcune vitamine e di alcuni elementi minerali. I fattori di rischio «potentiators» fanno aumentare la possibilità di trombosi arteriose poiché potenziano gli effetti dei «promoters». Tra essi, ancora una volta il fumo di sigaretta, l’eccessiva adesività delle piastrine del sangue e i contraccettivi orali.

Infine, i fattori detti «precipitators», in grado di scatenare un attacco cardiaco attraverso una brusca riduzione del flusso coronarico o un’aritmia cardiaca. Tra questi lo sforzo fisico, il freddo, le sigarette, l’iperattività di ormoni come adrenalina e noradrenalina.

Il medico deve tener conto di tutti i fattori di rischio, modificabili e no, e in alleanza con il paziente, trovare la strada per una correzione saggia e progressiva .

Dario Manfellotto
Direttore dipartimento di Discipline Mediche e UOC di Medicina Interna